Sierra
Sto passando qualche settimana nella case dell'Operazione Mato Grosso sulla Cordillera Blanca peruviana: Strade #20 parla di come vive la gente sulle Ande, e dei nostri sonni tranquilli
Una macchia di sole filtra dal grigio e illumina un fianco della valle, verde di campi di oca e patate, con i suoi paeselli arrampicati più o meno a tutte le altezze. Il sentiero è ben battuto, c’è solo il canale dell’acqua che ogni tanto incrocia la mia strada, e qualche pernice nascosta tra l’erba che se la dà a gambe. Cammino da sola, senza incontrare nessuno, senza che la mia pelle bianca parli per me, lascio che i piedi si muovano e penso a queste settimane di vita sulle Ande. A mezza costa, tra la gente.
E la verità è che questi giorni mi stanno fondamentalmente prendendo a pugni nello stomaco. Mi abbasso per passare dalla porta, entro in casa ed è sempre la stessa storia: il tetto di travi marce e ormai inzuppate d’acqua, le pareti bianche di muffa e il muschio che cresce negli angoli del pavimento di terra. Una buca con un paio di sassi per appoggiare la pentola a cuocere sul fuoco, o una stufa che butta il fumo nella stessa stanza dove si dorme, il letto ricoperto di cianfrusaglie e il tavolo pieno di pentole, piatti, flaconi di medicine, qualsiasi cosa che non trovava posto da nessun’altra parte. Come la casa della signora Cerna, che appena capisce che siamo venute a visitare proprio lei inizia a piangere dietro la cataratta. Poi ci chiede di pettinarle i capelli grigi, raccolti in due treccine che hanno visto tempi migliori. Non ci vede, sente a malapena e parla solo quechua, ha una figlia che viene tutti i giorni a portarle da mangiare e a svuotare il secchio della pipì ma glielo fa pesare, e vorrebbe che si trasferisse a casa sua per risparmiarsi la mezz’ora a piedi. Ma Cerna dice che da quella casa uscirà solo per andare a farsi seppellire al cimitero. Ci saluta dicendo di tornare, e che Dio ci benedica per essere venute a trovarla.
I vecchi sulla sierra hanno la sorte peggiore: i figli se ne vanno a Lima a inseguire un sogno di studio che va a sbattere contro le porte di lamiera delle periferie. E loro rimangono soli, dimenticati dal censimento che darebbe loro diritto alla pensione, e da chiunque altro potrebbe occuparsi di loro. Hanno passato la vita a spezzarsi la schiena nei campi e a portare carichi sulle spalle, e il loro corpo adesso gli presenta il conto. Clotilde è costretta a rubare ai vicini la legna per cucinare, Victoria fila lana per tutta la notte per curare l’insonnia del marito e occupare il tempo, Milagros si trascina strisciando dal letto a un paio di tappeti stesi per terra, e passa la giornata a guardare fuori dalla porta. Senza essere in grado di cucinare, fare la pipì, lavare i propri vestiti.
Sulla sierra la gente cammina: per le ragazzine di 14 anni con cui ho vissuto questa settimana non c’è niente di strano nel fare 3 ore a piedi per andare a casa il fine settimana. Se un paese è a un’ora di distanza, non è neanche presa in considerazione l’idea di salire su un taxi: il tempo non è un problema, ci si sposta a piedi e basta, di solito con i sandali. Mentre camminano, le donne sferruzzano o filano la lana delle loro pecore. Io non avevo mai visto nessuno filare, prima delle Ande boliviane e peruviane. Mi chiedo cosa sia successo a un certo punto della storia, come è che si è arrivati da questa società alla nostra, a una rete iperconnessa in cui si prende la macchina anche per fare due passi per risparmiare tempo e si va a fare la spesa in un supermercato dove tutto è ricoperto di plastica, senza nemmeno dire buongiorno alla cassiera. E poi a fine giornata si paga per andare a camminare sul tapis roulant.
Ogni volta che entro in casa di qualcuno, che mi ferma per strada una vecchietta con delle foglie appiccicate sulla faccia per curare chissà quale malattia, che arriva in parrocchia una mamma che ha camminato due ore con un bimbo di due anni sulle spalle per scambiare tre patate per qualche chilo di pasta e zucchero, mi è sempre più chiaro che mentre noi dormiamo sonni tranquilli nelle nostre comode case, c’è tutta una stragrande maggioranza di persone nel mondo per cui la vita è tutta un’altra cosa. Tirare a campare un giorno dopo l’altro, in un’infinita successione di mattinate passate a raccogliere due legnetti per il fuoco e sperare di racimolare qualcosa da mettere nella zuppa della cena. Ammalarsi e andare da un curandero che risolverà la cosa strofinando un porcellino d’india sul corpo malato, squartando l’animale e individuando l’organo difettoso dalle sue viscere. Fare dei figli, per volontà o per caso, e sapere che avranno più o meno le stesse prospettive, o al massimo andranno a ingrossare la folla di baracche che premono sulle periferie delle città, e non avere nemmeno la possibilità di rendersene conto. Non pensare a cosa si lascerà loro in eredità o a che università faranno, ma preoccuparsi del fatto che abbiano o meno abbastanza proteine per non venire su con qualche problema.
È più facile ignorare questi fatti e continuare con la mia giornata quando queste persone sono a ottomila chilometri di distanza e non hanno una faccia, una voce, una casa, una storia. Esco dalle loro case con un sospiro di sollievo, senza riuscire a parlare, come se mi avessero dato un pugno e spezzato il fiato.






