Polvere
Strade #8 arriva dall'ufficio di un ristorantino vicino a Vallenar, nel Norte chico cileno, con l'hotspot della figlia della proprietaria che mi ha anche regalato il suo pane fatto in casa, poi?
Il sole di mezzogiorno nel deserto spacca la terra e le succhia tutta l’acqua, mi secca le labbra e sparpaglia le forze nella polvere che calpesto. Il viaggio per arrivare all’ultimo paese della valle è stato un susseguirsi di passaggi diversi, di paesino in paesino: l’unico giudice del tribunale di Alto del Carmen, il proprietario del ristorante ‘Pollo Dorado’ a El Transito, un mastro carpentiere a La Pampa, e una manciata di altri personaggi piuttosto caratteristici.
Vivono tutti qui, e raccontano del loro eterno conflitto con le miniere: queste montagne sono ricchissime di oro, di rame e di altri minerali, in filoni purissimi che vanno avanti per chilometri. Di tanto in tanto arriva l’investitore straniero di turno che presenta il progetto di apertura di un nuovo sito estrattivo, che sfrutta le loro montagne lasciando in cambio poco o nulla. “Lavoro per mille, duemila persone, ma che lavoro? Gli uomini sono considerati adatti finchè hanno tra i venti e i trenta anni, poi sono già troppo vecchi per un mestiere duro, in condizioni ancora più dure. Mangiano male e in poco tempo, perché devono tornare subito a spaccarsi la schiena. E i profitti se li prendono tutti gli stranieri che aprono la miniera. In Cile non abbiamo le industrie per lavorare la materia prima, vendiamo rame in polvere a bassissimo costo per ricomprarlo in fili a prezzo moltiplicato”.
Oltre alle persone, le miniere risucchiano anche l’acqua, la stessa che corre a irrigare le vigne di Pisco famoso fuori e dentro il Paese. “Si prendono il fiume e lo inquinano, e quaggiù muore tutto”. La valle vive di esportazione: mandano negli Stati Uniti l’uva da tavola e in Cina le ciliegie, in una processione di camion che da queste zone trasportano i prodotti in celle frigorifere al porto di Valparaìso, e le imbarcano oltreoceano. L’ultima di queste lotte tra natura e profitto l’hanno vinta gli ambientalisti, e i canadesi che avevano presentato il progetto sono andati ad aprirsela da qualche altra parte, la miniera.
L’autista del bus che abbiamo preso per gli ultimi venti chilometri chiede se è proprio qui che vogliamo scendere: è un polveroso piazzale di terra battuta, seccato dal sole senza pietà, da cui parte una strada con cinque case a destra e altrettante a sinistra, una bambina che gioca con una pistola ad acqua e un signore affacciato fuori da una porta. E una chiesetta dagli infissi azzurri, con un contatore della luce che spunta semiaperto sulla facciata. Su una casa c’è scritto che si vendono gelati, ma nessuno risponde al mio bussare. Il paese sembra uscito direttamente dal libro di Isabel Allende che sto leggendo, e la cosa mi suggestiona. Il signore dice che il sentiero parte da lì dietro, lungo il fiume, e ci dà la benedizione degli indigeni Diaguita: possiamo andare. Prima però decidiamo di aspettare un paio d’ore che il sole si abbassi sull’orizzonte, che si posi la polvere e che la situazione diventi un po’ più adatta al camminare.
Mentre siamo stese sull’adorato telo occhiellato sotto un albero, si sente un nitrito di cavallo e arriva don Pedro, un signore con la camicia a righe infilata nei jeans e un enorme cappello di paglia. Ci chiede da dove veniamo e dove andiamo, e poi inizia a parlare: fa un lungo discorso in cui ci racconta delle sue 130 capre che tiene in alpeggio su alla laguna, a quattro ore di cavallo, e che i familiari si alternano per andare ad accudire. Poi ci parla di una grandinata che c’è stata pochi giorni fa, a causa dell’inverno altiplanico o boliviano, del cavallo che gli ha colpito la gamba – menomale che aveva appena tagliato il chiodo con cui gli stava mettendo il ferro allo zoccolo. Ci dà consigli sul sentiero e dice che non sa se arriveremo, perché la laguna è lontana, almeno dodici ore a piedi…Probabilmente dice anche altre cose, solo che capisco un terzo del suo discorso, e spesso annuisco e sorrido senza avere idea di ciò di cui stia parlando nel suo spagnolo ciancicato e confuso di persona anziana che ha vissuto per tutta la vita in un paesino ai confini del deserto.
Alle cinque il caldo è ancora insopportabile, ma ci sforziamo di fare qualche passo contando con le dita il tempo che manca alla scomparsa del sole dietro le montagne. Piantiamo la tenda al limitare del buio, e dopo cena ci stendiamo a vedere le stelle. Agli abitanti di Atacama piace dire che hanno il cielo più bello del mondo, e anche se così non fosse, ci vanno vicini.
L’indomani mattina inizia un estenuante cammino di sei ore fino alla laguna, contornata di montagne viola e a quanto pare ricca anche di fenicotteri, solo che erano dall’altra parte, nessuno ce l’ha detto e non li abbiamo visti. Quando ripassiamo davanti casa di Don Pedro, scendendo, esce al secondo abbaiare di uno dei suoi cani. Dice che ci abbiamo messo tanto, e che ci stava quasi per venire a cercare. In paese è domenica, il sole batte con il consueto vigore e non vola una mosca, eccetto per il lontano eco di una musica da cassa: forse qualcuno sta festeggiando in una delle case in mezzo ai monti. La signora dei gelati ancora non si palesa, e mi rassegno ad aspettare il bus stupendomi un altro paio di volte della chiesetta azzurra.
Il viaggio in trasporto pubblico assume poi dei tratti decisamente sudamericani: durante un’accelerata il portellone di una finestra sul tetto si stacca, e l’autista non se ne sarebbe neanche accorto non fosse stato per uno dei passeggeri, che l’ha avvertito per nulla allarmato. Ha fatto marcia indietro, ha raccolto l’oggetto e l’ha rimesso al suo posto, ed è ripartito.
Un quarto d’ora dopo accosta di nuovo di fronte a un minimarket, e scende a comprarsi una bottiglia d’acqua. Non mi faccio sfuggire l’occasione, e finalmente compro l’agognato gelato: purtroppo nella concitazione non ho tempo di scegliere bene, e me ne tocca uno al chimico gusto di banana e cioccolato, ma sempre meglio di niente.







Elena grazie. Racconti veri...mi danno la percezione d'esser lì con te a camminare tra la polvere e il caldo... l' oro e la chiesetta azzurra... Emozioni a non finire di una grande esploratora... Grazie sempre Elena per il tuo gratificarti anche davanti a un gelato che avresti desiderato di altro gusto. Un abbraccio grande grande, Maria
Elena casolaro, sei bravissima, mi sembra di essere con te mentre racconti e descrivi, ci fai provare le tue emozioni
..sei davvero una bravissima giornalista