Patate e schiarite
Strade #14 vi arriva ancora da Peñas, in Bolivia. Passano i mesi, arriva la stagione secca, ho imparato i nomi dei bambini e ho salito il mio primo 6000.
La pioggia sta finendo. Si vede dalle mattine, sono sempre di più quelle in cui mi sveglio e c’è la cordigliera bianchissima davanti alla porta della mia camera. Il fango si asciuga, l’erba ingiallisce e inizia la stagione della raccolta delle patate. L’altopiano sembra fermarsi: ovunque si passi c’è qualcuno con un piccone in mano, intento a scavare per tirare fuori dalla terra l’elemento che riempirà i piatti di tutti, in una forma o nell’altra. Dopo la raccolta le patate si fanno asciugare e poi si dividono, quelle grandi da quelle piccole e da quelle che si sono toccate per sbaglio con la punta della zappa; in un interminabile sollevamento di sacchi con il peso specifico del piombo. Al quinto giorno di lavoro fanno male a tutti la schiena e i muscoli dietro le gambe, ma c’è qualcosa di bello nel condividere un’attività che fa parte di questo posto fino all’osso. I boliviani macinano i filari a più del doppio della mia velocità, ma penso che sarebbe strano il contrario.
Ai tempi delle lotte al colonialismo c’era un leader indigeno seguitissimo, il Tupac Katari, poi quando è arrivato il tempo della cosecha si è girato un attimo e si è accorto che era rimasto solo. Tutti se ne erano andati ai loro campi, e lui l’hanno squartato gli spagnoli nella piazza di Peñas. Magari anche la crisi della benzina, che una settimana fa sembrava dovesse paralizzare il Paese, è finita perché c’era da pensare a non far marcire le patate, con tutta la pioggia che è venuta giù. Un giorno, semplicemente, le file ai distributori sono diventate di due ore invece che di dieci, e poi di cinque minuti, ed era finito tutto.
Questo ormai quasi mese fermo in un solo posto è passato in un attimo. Mi è capitato più di una volta di pensare che la spesa della mattina all’alba l’avessimo fatta qualche giorno prima, e che la zuppa del pranzo del mercoledì l’avessi mangiata il lunedì. Dopo mesi e mesi a girare, a svegliarmi in un posto diverso ogni mattina, è stranissimo pensare di cucinare qualcosa di più complesso di una polenta col formaggio, arrivare al punto di cambiare le lenzuola, cantare Ragazzo Fortunato o mettermi a impastare pane e pizza. I mesi passano, casa inizia a mancare e fermarsi un po’ è come respirare, e processare le milioni di cose che succedono.
Una delle prime cose che mi hanno dato il benvenuto a Peñas è stata la casa di Dani, una bambina che ha nove anni e otto fratelli. Li ho incontrati quando erano appena tornati tutti dallo Yungas, nell’Amazzonia boliviana, dove i genitori li avevano portati a raccogliere foglie di coca. Uno dei lavori più redditizi, pagato coi soldi della droga e in grado di dar da mangiare a tantissime persone. Dani diceva che nella selva fa caldissimo e non ci sono giorni liberi, ma che bisogna lavorare per avere plata, soldi. Mentre li aiutavamo a riparare il tetto della loro casa di adobes, diceva che le sarebbe piaciuto avere un letto tutto per sé, perché i fratelli non le lasciavano mai spazio: vivevano in undici in due casette grandi come il tavolo della mia cucina, nere del fuoco su cui la mamma faceva bollire una zuppetta di patate.
Il lunedì e il mercoledì un centinaio di bambini si accalcano fuori dalla porta della chiesa di Chachacomani, non dimenticano mai l’appuntamento del doposcuola. Quelli che vivono nelle comunità più in alto camminano delle ore per venire in paese, quelli di Coromata li portiamo noi in macchina: il record è stato 27 persone, strizzate nel retro del Land-trattore. Neymar, Sonia, Juan, Sarita, Nayeli, Jhenny…hanno tutti due occhi grandissimi, i vestiti più o meno bucati, le scarpe di qualche numero di troppo, zainetti con un lapis e un libro di favole di Esopo. Alle quattro e mezza si scapicollano per mettersi in fila per la merenda, e mangiano velocissimi per chiedere la yapa, il bis. Anche se si tratta di minestra di verdure. Dopo che tutti hanno preso il secondo piatto c’è ancora Benito, sette anni, che se ne sta appoggiato al muro con la sua tuta rossa e la scodella in mano, pulendolo col cucchiaio fino all’ultima goccia e aspettando che gli sia data ancora merenda. I bimbi vanno matti per i memory, i puzzle e i giochi in cui ci si deve rincorrere, soprattutto quando piove e ci sono cinque gradi fuori. Alcuni leggono a malapena, e spingerli a concentrarsi sui libri è un’impresa quasi titanica, però pensare di potergli trasmettere qualcosa di diverso dall’educazione scolastica fatta di marce militari e copiature di parole di cui non capiscono il significato fa fare dei respiri un po’ più profondi alla fine della giornata.
La pioggia sta finendo, il secco si sente nell’aria e in un raggio di sole che ieri non c’era. La prima alba limpida l’abbiamo vista a 6000 metri e qualcosa, in cima al Huayna Potosì, davanti a un mare di nuvole nere che si avvicinavano dall’Amazzonia, squartate dai fulmini. Due cordate, la vetta tutta per noi, il cielo ancora aperto sull’altipiano e sulla cordillera, una torta di compleanno e un po’ di abbracci. Tutte cose che si capiscono solo quando si fa tanta fatica, quella fatica che ti bruciano i polmoni per ore e pensi di fermarti ogni dieci minuti però alla fine ti fa felice.








.. Elena carissima, 6000 MT e qualcosa...i polmoni che sembrano bruciare... Cordigliera magica e bella... patate e pioggia.. tanti bambini desiderosi di una Voce Nuova insieme alla merenda. Grazie Elena 💓