Deviazioni e ferrovie
Ho mentito, non era l'ultima dal Cile: la giornata di passaggio del confine è slittata per incontri e temporali, e ci sono piovute addosso un po’ di storie. Le trovate su Strade #10, cifra pari.
La chiesa più antica del Cile splende sotto il sole di mezzogiorno ed è tanto bianca da sembrare intonacata la settimana scorsa. È un edificio piccolo, con le porte in legno di cactus tenute insieme da lacci di cuoio di vacca, gli stessi da cinquecento anni, senza nemmeno un chiodo. Ce lo ha detto Luis, il signore che ci ha consigliato di entrare nel paese di Chiu Chiu e fermarci a visitarla, sulla strada per il confine boliviano. Dentro c’è un matrimonio: arriviamo proprio mentre i due sposi si scambiano le promesse, davanti a un centinaio di persone appiccicate nello spazio angusto e fresco.
Davanti alla chiesa c’è un giardinetto che sembra essere il luogo perfetto per il nostro pranzo a base di riso e zucchine cucinato nell’ostello da cui siamo partite stamattina. Davanti alla panchina su cui stiamo per sederci, Macarena sta spazzando la polvere e le foglie dal pavimento della piazza, scambiando ogni tanto qualche parola con la vecchietta che è seduta sulla panchina di fronte. Attacca istantaneamente bottone, chiedendoci da dove veniamo e dove andiamo e raccontandoci i suoi viaggi in ordine sparso, spalancando gli occhi a più riprese. Nel frattempo siamo in piena astinenza da caffeina, e le chiediamo dove possiamo trovare qualcosa di un po’ più forte e denso delle tazzone di Nescafè che sembrano essere l’unica opzione.
Risponde che a casa sua ha il caffè in chicchi e ce lo può macinare e preparare con il filtro, perché la macchinetta non ce l’ha, quelle cose si trovano solo a Santiago, e Dio solo sa quanto sia lontano. Accettiamo di buon grado e pochi minuti dopo siamo sedute al tavolo del giardinetto interno di Macarena, con una collezione di rocce e pezzi dell’antica ferrovia raccolti nei dintorni. Il caffè ci mette un po’ a trovarlo, rovistando in tutti gli angoli della casa, ma quando ce lo porta è una piacevole sorpresa: sicuramente il meglio che ho bevuto almeno nelle ultime settimane. Ci mettiamo a parlare di quando a vent’anni ha viaggiato molto a San Pedro di Atacama, da dove noi veniamo, che non era così: non c’era niente, neanche l’ombra del turismo che ha trasformato il paese in un costosissimo groviglio di ostelli e ristoranti e noleggi di biciclette e negozi di souvenir. Lei andava con i suoi amici a bere intorno al fuoco e a dormire in tenda, poi è arrivato qualcuno che ha lasciato spazzatura in giro e sono arrivati anche i biglietti d’ingresso, i cancelli e gli orari. Racconta anche di quella volta che si è persa nel deserto e che ha trovato la via grazie agli extraterrestri che l’hanno guidata telepaticamente, e non voglio sapere che faccia ho fatto a sentire questa storia.
Macarena ci invita a dormire a casa sua, e rimarremmo volentieri ma è un po’ presto e questa giornata sembra avere ancora in serbo qualche sorpresa. Ci salutiamo con sincero piacere di esserci conosciute, ci rimettiamo in strada e aspettiamo un bel po’, ascoltando Mina per ingannare il tempo ad ogni macchina che passa e non si ferma. A un certo punto arriva il classico pick-up rosso – una certezza – il cui autista sta andando in Bolivia a comprare viveri a basso costo per rivenderli rincarati nei suoi tre negozi in Cile. Il cielo è nero, pieno di fulmini e tanto gonfio che sembra ci si stia per rovesciare in testa. Nonostante ciò ci facciamo lasciare a Estación San Pedro, un paese della cui esistenza inizio a dubitare, dato che tutti quelli che sentono questo nome scuotono la testa e dicono che l’omonimo di Atacama è dall’altra parte.
Camminiamo verso le case, e la prima cosa che vediamo, in mezzo ai vulcani stagliati sullo sfondo, è il cimitero. Ben curato, con le tombe dai colori accesi e i nomi delle famiglie dipinti in caratteri grossi e neri. Poi una serie di case dal tetto sfondato, senza nessuna macchina parcheggiata fuori, e i binari del treno, con l’edificio della stazione e il nome della fermata ben leggibile. 3240 metri sul livello del mare. Poco più avanti si vede un parco giochi per bambini, la plastica non ha ancora perso il suo colore sotto il sole impietoso del deserto. Per aggiungere un tocco spettrale alla situazione, il mio telefono inizia ad emettere un sinistro rumore di allarme: è il sistema governativo che avverte dell’esondazione del Rio Loa, in una località che non ho mai sentito nominare e che non ho abbastanza internet per localizzare.
Non può davvero non essere rimasto nessuno a Estacion San Pedro, e infatti spunta del fumo dal comignolo di una casa, l’unica con una specie di Doblò fuori dalla porta. Esce Don Claudio, il padre dell’unica famiglia residente in questo paese, e dice che pioverà molto, e che possiamo mettere la tenda nel portico dell’edificio della stazione, e che se qualcuno dice qualcosa possiamo dire che ci ha dato il permesso lui. Ci racconta anche la storia di questo posto, che sembra abbandonato ma intatto, come se gli abitanti un giorno non troppo lontano avessero deciso di andarsene lasciando la tavola apparecchiata e gli zerbini fuori dalle porte.
Don Claudio dice che il pueblo ha iniziato a svuotarsi quando hanno tagliato l’acqua per fornirla alle miniere: ora quella del rubinetto è classificata come industriale e chi la beve si ammala, e quella potabile arriva con un camion che riempie una cisterna bianca a un centinaio di metri da casa di Claudio. Gli abitanti che erano rimasti se ne sono andati quando le tecnologie usate nelle miniere sono cambiate e i due prodotti che loro fornivano non sono più stati necessari. Zolfo, rimpiazzato dall’acido liquido, e il legno della ialeta, un arbusto che raccoglievano e veniva bruciato per fondere i minerali. La ferrovia è ancora in funzione, un’infinita sequela di vagoni che trasportano i metalli tra la Bolivia e Antofagasta, in Cile, per poi imbarcarli per chissà dove.
Mentre Don Claudio ci racconta queste cose ha in mano un secchio con degli avanzi di cibo che sta portando alle sue bestie. Dice che la pioggia per loro è una benedizione, fa crescere qualche filo d’erba con cui alimentarli. Poi ci indica le case ancora frequentate dai proprietari nei fine settimana, e quella del prete, tenuta pulita e pronta per quando viene a dire la messa. Ci chiede di fare una foto insieme per ricordo, e dice che la sua famiglia è apparsa anche in televisione, quando un certo famoso giornalista è venuto ad intervistarli per la sua trasmissione. “Noi siamo quelli che resistono” aggiunge, sorridendo fieramente nei suoi tratti indigeni, davanti alla porta della sua casa col tetto di paglia e lamiera. In un paese che era una cittadina, e adesso è vuoto, sembra di vedere ancora i bambini giocare in quel parco giochi e le signore sedute a cucire nella piazza. Spunta per un attimo il figlio di Claudio, che deve avere intorno ai dieci anni, e chissà cosa pensa, o se pensa qualcosa, del posto in cui vive e della scelta dei suoi genitori. Chissà se e dove va a scuola, se ha mai avuto qualcuno con cui giocare a pallone o se se ne erano già andati tutti.
Nel frattempo il vento soffia tra le colonne di legno del portico della stazione e penso alla fortuna che abbiamo avuto ad ascoltare Claudio raccontare questa storia, la sua storia. Penso anche che questa giornata ci ha riservato un sacco di incontri e sorprese, e che raramente fermarsi e fare una deviazione e bere un caffè macinato al momento è una cattiva idea.










... Elena, sempre grande nelle tue storie. Macarena e Don Claudio...la pioggia salvifica che arriverà su questo paese abbandonato...e quel bimbetto che non sa con chi giocare... però il fine settimana il paese si ripopola... andare a scuola per lui, o prima o poi, sarà necessario.. Sono con te in questo cammino di bellezza, scoperta, avventura...incontri di persone che anche per un caffè macinato lì per li ti restano nel cuore..un abbraccio grande. Ti aspetto al tuo ritorno per far FESTA 💓