Chilometri
Strade #18 attraversa il Perù dalle Ande al Pacifico, mentre noi camminiamo in vallate glaciali e dormiamo nel cassone di un camion, a poche ore di distanza
L’aria inizia a scurirsi e prende l’odore dei comignoli delle case, delle stufe che si accendono e della zuppa che ribolle. Dall’alto scende un umido pesante e camminiamo con la montagna davanti, una piramide di ghiaccio che scintilla anche nel buio che avanza. Ogni tanto sentiamo abbaiare in lontananza e ci riempiamo le mani di sassi, per cercare di difenderci dagli occhietti rossi che minacciano rabbia dietro ogni curva.
Quando ritorna la luce del sole la tenda si sta asciugando al cospetto della parete Sud dell’Ausangate, il motivo per cui ci siamo caricate provviste per qualche giorno e inoltrate in questa parte di cordigliera anche se il mio corpo comincia a essere stanco di dislivelli e aria sottile. Una signora sull’autobus ha detto che la stagione delle piogge è finita, ma le nuvole nere che ci scaricano periodicamente il loro contenuto in testa non sembrano darle ragione. Al quarto giorno, con decine di chilometri sulle gambe e lo zaino un po’ più leggero, il cielo decide di farci un regalo e di scaldarci le ossa con un po’ di sole. Svoltiamo un angolo e rimaniamo a bocca aperta davanti alla valle che stiamo per risalire. C’è un gregge di alpaca che si staglia di fronte a tre montagne con le creste merlettate di ghiaccio, appollaiate in fondo alla vista.
Alla sera di questo stesso giorno piantiamo la tenda su un belvedere sopra sette laghi sparsi ai nostri piedi, mi stendo nel sacco a pelo e chiudo gli occhi e penso che raramente mi è capitato di camminare con questa calma, così poca fatica e godendo così tanto del paesaggio. Il rientro nella civiltà è il solito shock, aumenta la temperatura e la prima cosa da fare è sedersi sulle sedie di plastica sotto i tendoni anch’essi di plastica, e mangiare un piatto di chicharrones.
C’è ancora qualche ora di luce, quindi pensiamo di metterci per strada e cercare di farci caricare da un camion, e vedere dove arriviamo. L’idea è di fermarci a dormire in un posto comodo e fare una doccia, dopo cinque giorni di cammino in mezzo ai monti. Il piano non andrà neanche vicino a realizzarsi: dopo un’ora buona di attesa e calma piatta arriva Carlos, un ometto sulla cinquantina che va verso la capitale ma non sa ancora se passando per Arequipa o per Cusco. Sta aspettando le direttive del capo, ma dice che intanto ci può portare fino al bivio. Iniziamo una fitta conversazione, dove compaiono i suoi tre figli, Baruch Spinoza e la religione, ma soprattutto la gastronomia, suo argomento prediletto. Pare che gli stiamo simpatiche, perché mezz’ora prima del bivio decide di spegnere il telefono, dicendo che se il capo voleva dirgli di andare ad Arequipa doveva farlo prima. E via verso Lima, dunque.
Ci fermiamo per cena e poi verso le 9 parcheggia il camion in un piazzale polveroso con un bagno e una doccia. Dice che possiamo montare la tenda nel cassone, visto che sta viaggiando scarico, e questa sembra essere proprio una voce di quelle liste tipo 30 cose da fare prima degli x anni. Peccato che il cassone sia diviso da una struttura di metallo, e che la tenda non c’entri, quindi decidiamo di optare per stendere i materassini e via. Mi addormento con un po’ di claustrofobia, ma alla fine è più grande delle ultime 20 stanze di albergo che ho visto. La mattina partiamo alle cinque, e passo le prime tre ore a dormire nel letto che sta dietro ai sedili, mentre Lu parla ancora con Carlos delle verdure che ci sono in Italia e di come si fa la carbonara.
La strada scende di tremila metri e risale di altri tremila, una decina di volte. Su uno degli altipiani a un bordo dell’asfalto vediamo una signora che fa segno di fermarci, l’autista frena e la fa salire. E’ Flor, una ragazza sulla trentina, pur nell’indecifrabilità dell’età delle donne andine, che ha bisogno di fare solo qualche chilometro fino al bivio che porta a casa sua. Nella vita essicca carne di alpaca e coltiva patate naturali, senza nessun concime chimico, e dice che per raggiungere il suo paese aspetterà una moto. Se non arriva oggi, riprovo domani. Carlos la aiuta a scendere e scaricare i bagagli, ma dopo poco si ferma di nuovo. Stavolta sono due ragazzine, che salgono guardando video su TikTok a tutto volume. Si strizzano sul sedile davanti e ridacchiano tra loro lanciandoci qualche occhiata curiosa. A un certo punto una fa: ‘Possiamo parlare?” e inizia a chiederci quanto siamo alte, qual è il nostro cognome, che lavoro fanno i nostri genitori, se abbiamo studiato, quando pensiamo di tornare a casa, dove abbiamo imparato lo spagnolo, il nostro numero di telefono.
Sono due uragani, due personcine che non ti aspetteresti mai di trovare in mezzo ai prati gialli dell’altipiano, dove tutti parlano poco e si nascondono il viso quando vedono uno straniero. Quando arriviamo a casa loro e scendono, Carlos dice che la cosa che gli fa più male del suo Paese è che non tutti abbiano le stesse opportunità di studiare. Chi fa l’università si presenta in un altro modo rispetto alla società, e se lo dice uno che si spara viaggi di 50 ore uno dietro l’altro per pagarla ai figli, ci credo. Dice anche che l’arrivo di Internet sulle Ande è l’unica cosa che proietta la gente nel mondo degli anni duemila, e che permette loro di sapere cose tipo come parla la gente in Messico. Continuiamo fino al mare, l’aria diventa pesante, cambiano i piatti scritti sui menù e mi metto i pantaloncini corti.
Carlos fa una risatina sotto i baffi, ci guarda con la coda dell’occhio e aggiunge: mi sa che queste cose arriverete a raccontarle fino ai vostri nipoti, eh?





