Caffè rurale
Strade #29 arriva di nuovo dalla strada: qualche giorno a zonzo in autostop nei ruralissimi Balcani, per il solo gusto di andare
«Ti importa se fumo?» dice Dritanj prendendo una sigaretta dal pacchetto, mentre una pioggia torrenziale sbatte sul parabrezza del camion e i bocchettoni sparano aria calda come fossimo al Tropico. Lo stereo suona una canzone serba: «Lì la musica è buona, anche se con le persone abbiamo qualche difficoltà. Io ho più problemi con quelli del Kosovo, a dire il vero, ma alla fine forse neanche con loro» ci ripensa in un linguaggio misto tra l’italiano, l’albanese e i gesti, mentre butta giù l’ultimo sorso di caffè.
Poi riprende a guardare la strada, fumando piano e guardando il fango liquido invadere le corsie. Stiamo attraversando i campi del Sud Ovest dell’Albania, intervallate da radi paeselli meno rurali di quanto mi aspettassi. In giro non c’è quasi nessuno: qui se sei giovane e furbo emigri. «Non ci sono abbastanza soldi per tutti. Mio figlio è stato un po’ in Italia, un po’ in Spagna, poi in America. Lui sa tante lingue, avrebbe saputo come parlare con te» gesticola Dritanj. Alle sue frasi seguono lunghi minuti di silenzio, non teso né imbarazzante: lui sprofonda sereno nei suoi pensieri, e io cerco di sopravvivere al caldo artificiale di questo abitacolo.
«Cosa ci vai a fare a Dardhe?» chiede a un certo punto, mentre il temporale inizia a far spazio al sole. «Mi hanno consigliato di visitare il paese, ma non so esattamente cosa ci sia. Mir?» chiedo, utilizzando la parola che significa ‘bello’ e mimando l’universale simbolo del pollice in su. Lui scuote la mano in orizzontale, come per dire così così. «Hai già visto Voskopoja, il villaggio delle chiese?». Non solo non l’ho visto, non l’ho neanche mai sentito nominare. Niente di questi giorni era pianificato: l’idea originaria era percorrere tutti i Balcani dall’Albania fino a casa, soffermandomi soprattutto sull’Erzegovina e sul Montenegro. Le poche energie e i molti chilometri spiattellati sulla mappa mi avevano convinto a rinunciare all’impresa, accontentandomi di tre miseri giorni per coprire la distanza tra Permet e Tirana con un po’ di deviazione. Non mi ero documentata affatto su cosa ci fosse da vedere, e di fatto stavo andando a zonzo senza nessuna meta, a fotografare chi vende il tabacco sfuso sulle piazze e altre cose simili.
Dritanj mi scarica al bivio e si accende un’altra sigaretta, stavolta senza chiedere il permesso a nessuno, mentre gli ultimi strascichi del temporale si allontanano sull’orizzonte. Non ho neanche il tempo di pensarci che si ferma una macchina: andrò a Voskopoja, a quanto pare. L’autista è un tipo alto, sotto i quarant’anni, con i tratti albanesi e la gestualità dell’emigrato. Questi si riconoscono al volo: sarà l’ultimo iPhone sul cruscotto, il modo in cui guidano, il tipo di ristorante che consigliano. Marcus vive in America da anni: ha iniziato come cameriere nel locale in cui l’aveva raccomandato qualche amico, ha lavorato come muratore, poi ha aperto una piccola attività. Ogni anno viene a trovare i suoi genitori. Il padre è seduto sul sedile del passeggero e non capisce una parola di quello che dice il figlio in un inglese accentato ma perfetto. Ha dei baffi lunghi fino a metà guancia, sopracciglia bianche e vestiti da mattina di sole e ozio. Stanno - stiamo - andando a prendere un caffè nell’hotel di lusso in cui lavora come giardiniere il suocero di Marcus. Questo mi stringe una mano callosa, poi ordina un americano. I tre uomini parlano nella loro lingua, ogni tanto Marcus traduce qualche frase per me, buttiamo giù gli espressi e lui lascia la mancia alla cameriera filippina.
Marcus e il padre mi accompagnano a Voskopoja, anche se non avevano in programma di andarci. Sulla piazza principale si affacciano un bar e un ufficio turistico sbarrato, con l’intonaco staccato dalle pareti, come se qualcuno avesse deciso di aprirlo e poi cambiato idea. Le croci distribuite alla spicciolata sulla mappa indicano le chiese bizantine che sono sopravvissute ai secoli: inizio dalla più lontana, mezz’ora a piedi. Sulla strada asfaltata non vola una mosca, le fronde fanno da tetto a sole e io cammino coi sandali ai piedi e un minuscolo zainetto in spalla. Quanto è bello andare in giro con così pochi oggetti?
Il cancello del monastero è aperto, dentro non c’è nessuno. «E’ permesso?» provo a dire ad alta voce, senza aspettarmi una risposta. Entro. Una prima paratia affrescata nasconde l’accesso alla navata vera e propria, con una selva di figure sacre su sfondo blu. Su un banchetto sono appoggiati un paio di icone e diversi tipi di candele, ognuno con il suo prezzo in leke scritto su un foglietto di carta. Muovo passi muti dentro la cappella, suddivisa da tre file di colonne intonacate che scompaiono nelle volte, alte appena tre o quattro metri. Le figure che le decorano si stagliano sullo sfondo bianco con un solo colore, l’oro. C’è un’aria ferma e fresca, non arrotondata da alcun odore, del tutto neutra. Nelle chiese ortodosse l’altare non si vede: si trova dietro l’iconostasi, una parete di legno alta fino al soffitto, in un vano cui può accedere solamente il sacerdote.
Non riesco a sottrarmi allo stupore: possibile che un posto così incredibile non sia segnalato a caratteri cubitali sull’incrocio? Raggiungo le altre chiese - i porticati affrescati, le oscure navate, i baldacchini di legno dipinto - entrando con il naso all’insù, a bocca aperta. Mi arrampico su un muretto per sbirciare all’interno di una cappella con le porte sbarrate: un vetro rotto lascia intravedere delle navate lunghissime, dipinte dalla testa ai piedi.
Sul selciato esterno strizzo gli occhi per lasciare che la luce entri poco a poco, riguadagnando il presente. Mi siedo da qualche parte a mangiare una fetta di burek, pasta fillo ripiena di pollo e menta, la migliore di tutte.
A Rehovë, qualche chilometro a Sud Ovest, mi ci accompagnano tre vecchietti in gita di piacere. Uno parla l’inglese, l’altro ha fatto il professore a Tirana e l’altro si limita ad annuire. Il professore chiede se conosco la storia di questa regione e si mette a raccontare, con l’altro che traduce e le parole che scappano via dal finestrino aperto.
Quando scendo, il pomeriggio è così verde che sembra luccicare. Cammino tra i vicoli di pietra fino in cima al villaggio, senza avere idea del perché. Dietro una finestra si sentono due piatti urtare uno contro l’altro, e davanti alla chiesa stanno sedute un paio di vecchiette dai tratti dolci, la mia occasione di attaccare bottone. Chiedo se posso entrare con un gesto della mano, per dar loro il tempo di studiarmi. Quando esco c’è solo Maria: una signora alta, con indosso una gonna blu e una giacca dello stesso colore, corti capelli grigi e occhi lucidi. «E’ molto bella, la chiesa. Lei è ortodossa?» chiedo. «Sì, qui la maggioranza delle persone è ortodossa. In paese non c’è nemmeno una moschea». Parliamo un po’: Maria chiede che lavoro faccio e dice di essere architetta, e di aver progettato molte delle case del paese. «Anche la chiesa?» «No, quella è degli inizi del ‘900!» risponde bonariamente, dicendomi con lo sguardo che non è così vecchia. Le chiedo se c’è qualcos’altro da vedere in paese, nel frattempo si avvicina un signore con dei pozzi azzurri al posto degli occhi, la barba incolta e abiti trasandati. Rivolge qualche parola a lei, ma non riesco a carpire nemmeno il contesto. Chiedo a Maria se posso fotografarla, per dare un volto a queste campagne, a quest’erba luccicante, alle cappelle ortodosse sparse dappertutto.
Mi avvio di nuovo verso la strada principale, respirando quest’aria dolce a polmoni aperti. Forse non c’è niente al mondo di più bello di questa scanzonatezza, di andare in giro senza aspettarsi niente, senza cercare niente, solo per vedere cosa c’è.
Un film e un disco che ti consiglio
(un altro libro non ho fatto in tempo a leggerlo)
‘The Road from Karakol’ è un breve film che racconta il viaggio in bici in Kyrgyzstan di Kyle Dempster. Alpinista americano classe 1983, Dempster vedeva la montagna in un modo molto vicino al nocciolo di sé.
“Ho scelto una bici invece di un compagno. Ho scelto la strada invece di un campo base. E questo ha fatto tutta la differenza del mondo. L’avventura, quella vera, non è impeccabile. Non è il risultato di un budget di marketing. Brilla più forte sui bordi della mappa, ma è in tutti noi. Esiste al confine tra l’immaginazione e il ridicolo. Devi avere fede, lei ti troverà. E quando succederà, ci sarà solo una domanda. In questa vita, quando la strada finisce, continuerai a pedalare?”
Kyle Dempster è morto nel 2016 durante una spedizione in Pakistan.
‘Light, West’ è un disco dei Kerala Dust, scoperti per caso una o due settimane fa. Non sono un’esperta di musica quindi dirò solo che mi è piaciuto molto.
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