Altopiano
Strade #12 arriva dai quattromila metri dell'altopiano che occupa un terzo della Bolivia. Case di fango, aria sottile e lama imbalsamati
I cani spulciano la spazzatura ammonticchiata lungo la strada e si specchiano nelle pozzanghere di questa stagione delle piogge, mentre il furgoncino sputa fuori aria sottile e si inoltra nell’altipiano. La città si dirada, le case di mattoni diventano sempre più distanti e sempre meno intonacate, fino a che siamo fuori. Nuvole basse appannano ogni cosa, mentre scende una pioggerellina finissima.
Poche ore fa al mercato la signora che ci ha servito la colazione – a base di riso e lama arrosto – ci ha chiesto da dove venissimo e ha sgranato gli occhi quando ha sentito la parola ‘Italia’. Andando avanti a parlare, del cibo e del fuso orario e della lingua, è stato chiaro che la tìa non avesse la minima idea di dove potesse trovarsi il nostro Paese. Chiede che tempo fa, cosa si produce e se siamo venute in pullman.
Qualche banco più in là, una rapida occhiata a una distesa di pietre, polveri e oggetti strani basta a destare l’attenzione della ragazza che ci invita a entrare nel suo negozio. Dal soffitto pendono lama e vigogne impagliati, e degli oggetti rinsecchiti che presto scopriamo essere i feti degli stessi animali, usati come portafortuna. La ragazza potrebbe essere più o meno nei vent’anni, per quanto indecifrabile sia l’età delle donne boliviane; indossa il gonnellone rigonfio delle cholitas e inizia a spiegarci tutto sulle sue mercanzie. Pare che i minatori si portino le suddette bestie nei visceri del Cerro Rico di Potosì, sperando che facciano trovare loro un altro filone di argento in una montagna sacra agli Inca e sfruttata fino all’osso dagli spagnoli. O che li proteggano dai crolli, dalle polveri che li fanno ammalare dopo dieci anni di lavoro e dalle pesantezze della miniera. Sugli altri scaffali ci sono le medicine preparate da coloro che vengono colpiti dai fulmini e sopravvivono, diventando guaritori. E poi le pozioni per augurarsi soldi e fortuna, tutte clamorosamente importate di contrabbando dal Perù, come spiega entusiasta la nostra amica.
La mattinata passa in un lento avanzare da un paesino all’altro: abbiamo scelto, più o meno inconsapevolmente, una via secondaria e poco trafficata, dove le macchine che passano sono una manciata. Una coppia di anziani ci carica solo fino al prossimo incrocio, una decina di minuti, e allo scendere constatiamo sorprese che ci sta chiedendo dei soldi. E che è l’equivalente di un’ora di autobus. Con un altro paio di macchine, in un modo o nell’altro arriviamo a Orinoca, il villaggio natale di Evo Morales. Ex presidente della Bolivia, il primo indigeno che sale al potere, un uomo del popolo con idee orientate al socialismo. E’ troppo bello per essere vero, e infatti poi si immischia coi narcotrafficanti, buttando tutto all’aria e facendo cadere nel dimenticatoio il museo che ho davanti proprio in questo momento. La gente lo ricorda comunque come un eroe, quello che ha portato l’acqua potabile e la rete telefonica e costruito i palazzetti sportivi, quando il sottosuolo sputava gas e le casse dello Stato erano gonfie di soldi.
Sono le due di un pomeriggio soleggiato, ma la pioggia arriverà. Le signore siedono a chiacchierare sferruzzando sedute per terra fuori dalle case, le gambe spariscono sotto le gonne. Pare che nessuno abbia visto una pelle come la nostra se non in televisione: tutti ci fermano per sapere come siamo arrivate nel loro villaggio. Passiamo accanto alla casa di Carmen proprio mentre lei esce dalla porta con una cesta di panni da stendere. Entra nel suo cortile delimitato da un muretto a secco alto fino alla vita, e la salutiamo dall’altra parte. All’inizio sembra di non aver voglia di parlare, poi dalle sottane fa capolino una bambina, e da un angolo ne esce un’altra, e attacco bottone chiedendole informazioni sui pezzi di carne stesi su dei fili a seccare. Si chiama charque, si prepara quando si ammazza un lama per conservare la carne e tirarla fuori per le occasioni speciali. Per i giorni normali la fanno da padroni il riso, la quinoa e le patate, gli ultimi due tra le poche piante che crescono in questo terreno sabbioso e gelido.
Carmen chiede a noi da quanto tempo viaggiamo e alla figlia se vuole venire con noi fino in città, scherzando. La bimba arrossisce e scuote la testa. Dice che due volte a settimana arriva in paese il camion della frutta e della verdura, ma per tutto il resto c’è da andare fino a Oruro, e molti dal paese si sono trasferiti in città per lavoro. Lei però non ha studiato, dice che se ne vorrebbe andare ma in città è tutto più caro, e con i suoi figli non ce la farebbe. Chissà se tra dieci anni, quando loro saranno grandi, avrà ancora la forza di lasciare la sua casa di mattoni di fango e inventarsi un’altra vita.
L’ultima macchina della giornata ci scarica all’incrocio di Corque, e camminiamo fino alle bancarelle nella piazza del paese. Ancora prima di arrivarci da dietro una macchina spunta una bambina sui dodici anni: ci chiede con una vocetta imbarazzata da dove veniamo e se è lontano. Poi si allontana ma si vede che non ha soddisfatto la sua curiosità: torna dopo poco con un altro paio di bambini, ci regalano una bottiglia di Pepsi e ci passano dei fogli, chiedendoci di firmarli e di fare una foto con loro. Le signore delle bancarelle osservano la scena ridacchiando, o ci guardano come se avessimo il terzo occhio sotto i loro cappelli a bombetta.
Paesino dopo paesino, più ci allontaniamo dalla città e più ci convertiamo nelle attrazioni del mese per mucchietti di case abituate a vedere sempre le stesse facce. Parlo con tutti quelli che posso, mentre continua a rimbombarmi in testa una domanda posta dalla signora che ci ha servito il lama all’inizio di questa giornata: ‘Cosa siete venute a fare fino a qui?’ Queste storie me le porto sulle spalle una per una, ma forse rispondono alla domanda, almeno per oggi.








Elena grazie, mi chiedo: quante storie ti porti nel tuo zaino.. quanto bagaglio PREZIOSO che da solo risponde alla domanda: cosa siete venute a fare fino qui? Ancora grazie Elena,ci fai viaggiare accanto a te arricchendo di tanto le nostre vite ❤️❤️❤️❤️